Io, Eleonora Rachele Corradini
Non penso alla distanza mentre sono ferma in Piazza Duomo. Sono impegnata con Enea che ha soli 10 mesi. Lo saluto e mi concentro. Intorno a me c’è rumore, voci, luce. Io invece cerco silenzio e riparo. Il sole è caldo. So che oggi non devo dimostrare niente a nessuno: devo solo fare bene le cose semplici, una dopo l’altra.
Quando partiamo, Firenze scorre via veloce. Le gambe sono leggere, forse troppo. Le freno. Il Passatore non perdona l’entusiasmo. Lascio andare chi vuole andare, io resto nel mio ritmo, quello che potrei tenere a lungo. Davanti so che c’è già movimento, ma non mi interessa.
Questa gara la gestisce il tempo.
Le prime salite arrivano velocemente. Il respiro si sistema, il corpo entra nel lavoro vero. Sento che posso correre così a lungo, senza forzare. Qualcuno mi dice la posizione, ma non la trattengo. La gara è lunga. La mia gara è tutta interna: ascolto se ho fame, se ho sete, se il passo è pulito.
Verso la montagna la strada cambia volto. Il pubblico si dirada, resta solo chi sa perché è lì. Le voci sono poche ma precise, arrivano dritte. Vedo chi è davanti tra le donne, so che c’è distacco, ma non lo misuro. Continuo. Ogni passo fatto bene è un piccolo deposito che userò più tardi.
Quando la salita verso la Colla diventa seria, capisco che la giornata è buona. Non facile, mai facile, ma solida. Le gambe rispondono, la testa è calma. Poi arriva la notizia: chi era davanti si è fermata. Non provo esultanza. È un’informazione, niente di più. Adesso sono davanti io. Cambia poco: devo fare esattamente quello che stavo già facendo.
In cima alla Colla non mi fermo. Prendo quello che serve e riparto. So che la gara non si vince qui. Anzi! La discesa è lunga, tecnica, richiede attenzione. Le gambe girano, ma non devo farmi ingannare. L’euforia è pericolosa quanto la stanchezza.
Scende la notte e con lei il silenzio vero. Il mondo si riduce al cono di luce davanti a me. Mangio, bevo, conto i chilometri. Dietro so che non c’è molto distacco. Il vantaggio si difende correndo bene, impegnandosi.
A Brisighella Non è la fatica che diminuisce, quella resta, ma Faenza è sempre più vicina. Ora ogni chilometro mi avvicina davvero. Il corpo è stanco, ma affidabile. Non chiede niente che non possa dargli. Gli ultimi tratti sono duri, sempre lo sono. Qui non si corre più solo con le gambe.
Poi Faenza appare, quasi all’improvviso. Sento le voci prima di vedere la piazza. Il rumore cresce, mi prende alle spalle. In quel momento non penso al tempo, alla classifica, al risultato. Penso solo a entrare dritta, presente, dentro quel tappeto blu.
Attraverso l’arco e tutto si ferma. Respiro.
Ho vinto il Passatore.
Solo dopo, mentre rallento davvero, capisco cosa è stato: una lunga conversazione con la strada, in cui ho ascoltato più di quanto abbia parlato. E il Passatore, quando lo rispetti così, a volte ti risponde.
Eleonora Corradini